Paolo Carandini. Oggetti in pergamena e lavorazione pelle
Per le vie del quartiere fiorentino di Santa Croce s’incontrano ancora botteghe di maestri pellettieri e luoghi dove si ripropone innovativamente la lavorazione tradizionale della pelle. È qui che si trova lo studio-laboratorio di Paolo Carandini, artigiano estroso e poliedrico che ci presenta i suoi lavori in pergamena.
“Ciò che ho potuto constatare è che la pergamena non esiste pressoché più, viene usata in un ambito artigianale nella produzione di tamburi e percussioni anche se nelle grandi orchestre si tende ormai a sostituirla con materiali sintetici. Esiste ancora l’utilizzo nel mondo della legatura di libri, ma la pergamena per oggetti, che per secoli ha avuto questo utilizzo, sta sparendo. Ecco perché oggi la lavorazione che facciamo qui è considerata unica.
Perché ha deciso di concentrarsi proprio sulla lavorazione della pergamena? Cosa ci può dire di questo materiale?
Le pergamene possono arrivare da qualunque animale, la pelle è resa pergamena da un certo tipo di lavorazione. Quella che utilizzo io è di capretto, quindi ha un suo valore e una sua qualità, una materia carissima dalla lavorazione molto complessa.
Ecco il motivo per il quale è considerato un materiale affascinante, ricco di storia e che ha segnato la nostra cultura. Vi si scriveva già due secoli a.C., proprio a Pergamo, città che insieme ad Alessandria d’Egitto, era la più grande libreria del bacino mediterraneo. Da lì in poi, fino all’avvento della stampa, tutto è stato riportato su pergamena.
Che caratteristiche la contraddistinguono?
Viene considerata una materia ancora viva, le fibre non sono completamente saldate, se fissata su un supporto rigido, come una scatola di legno, tende a muoversi con le variazioni atmosferiche. Ci tengo a sottolineare che non vengono uccisi animali appositamente, l’animale che fornisce pelle o pergamena è lo stesso del mercato alimentare, niente viene buttato via.
Ci può illustrare la sua produzione in pergamena?
Ritengo importante avere un approccio artistico all’oggetto, le scatole che produco sono il risultato di un approfondito lavoro di ricerca. Solitamente l’idea nasce da un’immagine che cerco di accostare a qualcosa d’ inerente in modo da creare una storia intorno all’oggetto, arrivando così alla produzione di pezzi unici.
Sul legno della struttura viene applicata una copia dell’immagine che viene poi rivestita in pergamena o vitello. All’interno testi o immagini richiamano il tema raffigurato sul coperchio, e talvolta un oggetto all’interno completa la suggestione.
Le sue origini artistiche?
Non potrei lavorare la pergamena se non avessi alle spalle anni di lavoro sulla pelle.
Presso la ditta Bruscoli ho imparato la disciplina, la qualità era altissima e questo mi ha permesso di acquisire gusto e manualità. Ho sentito successivamente la necessità di sperimentare, di cercare nell’innovazione artistica il senso del mio lavoro.
Cosa sente nell’aria?
Purtroppo la situazione attuale non è incoraggiante, è il risultato di una serie di fattori, di responsabilità diffuse. Lo stato d’isolamento talvolta è incredibile, per troppo tempo è stato trascurato il patrimonio artigiano della città e la produzione scadente ha indotto ad una massificazione del gusto. Resisto facendomi forte di una nicchia di pubblico che apprezza e comprende.
Un mestiere artigiano si passa come il testimone in una staffetta, non si può lasciare in terra, pena la squalifica. Mi auguro che si palesi il ricambio generazionale così da attuare una trasmissione diretta dei saperi e magari la costituzione di una commissione estetica in grado di riportare le strade e le attività al loro splendore.
di Federica Faraone


